I nazionalismi in Europa verso le elezioni della prossima primavera

di Roberto Musacchio

C’è un 9 settembre per la Storia svedese, ma anche per quella europea e della socialdemocrazia. È la data in cui la più simbolica delle realtà socialdemocratiche e la capitale del welfare conoscono una forte avanzata di una forza non solo di destra ma xenofoba, islamofobica e infiltrata da elementi che rimandano a pagine buie, che la Svezia e l’Europa hanno vissuto prima che dalla tragedia nascessero i cd trenta anni gloriosi e ormai cancellati. Il partito dei Democratici Svedesi aveva ottenuto nel 2014 il 12,9% dei voti con 49 seggi su 349 e il raddoppio del dato precedente. Nel Parlamento europeo sta nel gruppo di Farange. Ora consegue il 17,7%, con una crescita importante. Ma inferiore ad alcune attese che arrivavano al 25%. In realtà la crescita di questa destra non è sincronizzata all’aumento dei rifugiati. Il balzo dall’insignificanza al protagonismo è precedente e coincide con l’aumento delle disuguaglianze nel Paese. Il welfare è stato comunque il primo tema di campagna elettorale e probabilmente causa della caduta socialdemocratica al suo minimo storico con un 28,3% che è comunque meno peggio del previsto. Di rilievo è la crescita del Partito della Sinistra, affiliato al Gue, antirazzista e alternativo che sale dal 5,3 all’8%. Per altro con risultati in grandi città come Stoccolma e Gothemburg che si aggirano intorno al 13/14%. Il blocco di centrodestra (dove però calano i moderati) sta sui livelli del centrosinistra più la sinistra. Vedremo quindi cosa succederà. La destra potrebbe risultare isolata anche grazie al sistema di voto proporzionale e al fatto che nessuno le ha aperto una interlocuzione. Questo però prima delle elezioni. Bisognerà vedere come si comporterà il centrodestra dopo e per sapere quale sarà il governo bisognerà attendere. Ma comunque è avvenuto un fatto storico.

Prima di questo “9 settembre” un fatto storico e simbolico aveva riguardato proprio l’Italia dove con il nuovo governo di Lega e Cinquestelle si è realizzato lo “sbarco” dei “populisti” nel cuore della Ue attraverso la guida di uno dei Paesi fondatori, come appunto l’Italia. Quello che realmente farà questo governo lo si vedrà. Di certo si capisce che puntano a vincere le elezioni europee usando il governo come arma di propaganda ma senza spingersi sulla strada di una vera rottura. Aspettando cioè non di rompere la Ue ma di prendersela. Comunque sia le elezioni italiane sono state un segnale squillante, seguito da quello svedese, prima della campanella dell”ultimo giro che porta al voto per il nuovo Parlamento europeo che sarà dal 23 al 26 maggio del 2019.

 

 

Gli stravolgimenti portati dalle ultime elezioni in giro per l’Europa

 

Questa sorta di gara a tappe, di giro d’Europa, che sono state le elezioni dei vari Paesi nel corso di questi ultimi anni ha letteralmente stravolto le vecchie classifiche. Nell’Europa reale, quella che ha definitivamente preso il volto della austerità e della Troika, del “pilota automatico” che si applica ai comandi di una Ue “stabilmente instabile”, i vecchi sistemi politici e le loro rappresentanze sono stati destrutturati. Non hanno retto all’impatto.

Un ciclo storico appare concluso. La “dialettica” tra l’Europa del compromesso avanzato, costituzionale, democratico e socialmente connotato e quella funzionalistica che mano a mano si è andata facendo strumento e soggetto del nuovo capitalismo finanziario globalizzato vede ormai prevalere quest’ultima. Ma la rottura che tale prevalenza determina nel senso stesso dell’Europa fa sì che già si veda in campo una nuova dialettica con i cosiddetti “populisti”.

 Si presenta come “scontro” al calor bianco, ma chissà. Come molti soggetti dell’Europa democratica si sono trasformati in esecutori al servizio del pilota automatico non è impossibile pensare che si possa verificare una commistione anche tra ferventi esegeti dell’Europa funzionalistica e nuovi “barbari” del “sovranismo”. D’altronde per entrambi l’89 ha rappresentato la fine di ogni possibile alternativa al sistema capitalistico. E purtroppo lo ha rappresentato anche per gran parte di chi si diceva sinistra.

E d’altronde l’epoca è quella della “globalizzazione nazionalistica”, un ossimoro reso realtà da Trump, Putin, Erdogan e compagnia cantante. Sarà un caso, ma Macron, ultima nuova arma degli establishment, intervenendo al Parlamento Europeo parla delle “guerre civili europee” citando Victor Hugo, paladino europeo e seguace di quel Napoleone terzo che, fattosi dittatore, esiliò’ l’europeista Hugo. Tra “europeisti” napoleonmacroniani e nuovi e vecchi populisti lo scontro potrebbe anche produrre l’accordo per una Europa Superstato, in armi contro migranti e i poveri e impegnata nelle “avventure” di guerra.

 

 

La ricerca di nuovi equilibri

 

Si sta formando un cemento di interessi non da poco capace di riattraversare anche vecchie differenze culturali che sembravano invalicabili come quelle francesi tra gollisti e funzionalisti. La partita naturalmente è tutta aperta come si vede dalle cronache giornaliere. L’attivissimo Salvini incontra il premier ungherese Orban che nonostante venga descritto e sia effettivamente un “estremista” in realtà siede nelle fila del Partito Popolare Europeo e non sembra proprio intenzionato a lasciarlo.

Magari ci spererebbe il leader polacco Kaczynski, presidente di Diritto e Giustizia che dicono stia alacremente lavorando a trasformare il vecchio gruppo parlamentare europeo denominato Conservatori e Riformisti, che era nato come proiezione geo politica dei Tories inglesi e ora, dopo la Brexit, nelle sue mani, potrebbe diventare  una calamita capace di aggregare forze variamente populiste di destra aspirando a diventare il secondo gruppo al Pe, decisivo per “nuovi equilibri”. Il leader polacco vorrebbe molto avere con sé Orban, ma questi non sembra intenzionato a spostarsi dai Popolari. Preferisce di molto spostare i popolari ancora più a destra. D’altronde ce ne sono tutte le condizioni. I popolari austriaci ad esempio lo hanno già fatto con la leadership di Kurz. In Germania è aperta una divaricazione tra Cdu e Csu che passerà attraverso le elezioni bavaresi  e in Assia di ottobre e su cui pesa l’ipoteca della destra della Afd. Orban sembra intenzionato a muoversi per una nuova alleanza di destre comprensiva dei popolari. Per altro non sembra proprio pensare che il gruppo di Visegrad possa andare “contro la Germania”, conoscendo quali sono i rapporti di forza e le gerarchie economiche. Più facile per Kaczynski provare ad attrarre nuove forze populiste.

Magari la stessa Lega che oggi siede nei banchi dell’Europa delle Nazioni con Le Pen che è più ideologicamente tradizionale e a suo modo franco centrica. Tra Orban e Salvini il rapporto sembra molto “politico” sapendo probabilmente entrambi che gli immediati interessi geo economici non sono sovrapponibili. Si pensi alla questione migranti e alla revisione di “Dublino”. Ma entrambi sembrano pragmaticamente puntare sul cambio dei rapporti di forza in Europa.  Sulla linea del rapporto tra popolari e destre ha mosso i suoi primi passi come candidato alla presidenza della Commissione l’attuale capogruppo del Ppe a Bruxelles, il tedesco Manfred Weber, esponente della Csu.

Senza dimenticare che ci sono i Cinquestelle orfani della collocazione con l’Ukip di Farange. Possono fare gola a Kaczynski, o addirittura a Macron, per quanto possa sembrare impossibile oggi visti anche gli “scontri” tra gli esecutivi italiano e transalpino. Ma siccome Macron, come gli rinfaccia Salvini, non è che a Ventimiglia si comporti assai meglio di lui nel respingere i migranti, non si può mai dire cosa accadrà in questo sporco gioco che è l’Europa reale. D’altronde Macron vorrebbe anche lui costruire le condizioni per essere il secondo gruppo al Pe decimando socialisti, verdi e liberali. Ma in un anno di governo la sua stella si è assai offuscata e il suo consenso in patria è ai minimi termini.  Con l’Italia ha aperto il contenzioso libico, ma con la Lega potrebbe convergere sulla Tav. Appunto uno sporco gioco che viene da lontano.

Per cui il lobbista Blair incontra Salvini per discutere delle reti energetiche, e cioè della Tap in Puglia. Ma molto tempo fa Schroeder è entrato in Gazprom col plauso del Parlamento Europeo. E Barroso in Goldman Sachs dopo che l’Europa, anzi i suoi cittadini, ne hanno duramente pagata la spregiudicatezza. Così è il Capitalismo, bellezza. Che ha invaso spazio e tempo; reso la guerra preventiva e permanente; fatto della democrazia quasi un ricordo.

E infatti questi sporchi giochi si fanno in una Europa che in questi 30 anni è irriconoscibile, come per una guerra. Le Monde diplomatique  ha pubblicato una ricerca sulla situazione demografica del Vecchio Continente che dà esiti sconvolgenti. Dopo l’89 l’Europa dell’Est ha perso 30 milioni di abitanti a fronte di quella dell’Ovest. Mentre nel dopoguerra due sistemi opposti producevano una convergenza nei comportamenti demografici, dopo l’89 all’Est, ma anche in molti Paesi del Sud, decrescono le nascite e l’aspettativa di vita mentre cresce, con percentuali simili a quelle africane, l’emigrazione.

Quella che proverò a ricostruire qui è una mappatura, parziale, di ciò che va maturando, con particolare attenzione alle “destre”, in quell’insieme di terre che compone l’Europa reale per provare a prevedere cosa ci attende. Il viaggio comincia non a caso da quelli che sono i Paesi di Visegrad dal nome della località che ha visto nascere la loro “alleanza” di nobili decaduti passati per l’impero sovietico e dopo lo spartiacque dell”89 transitati nel “nuovo mondo” tra Nato, Germania ed Europa reale.

 

Repubblica Ceca (Visegrad)

Nella colta Praga abbiamo l’esplosione di una sorta di nazional-berlusconismo attraverso la figura dell’attuale primo ministro Andrej Babis a capo del Partito ANO, ovvero “Azione dei cittadini insoddisfatti” il cui nome è tutto un programma, e che fa parte del partito europeo ALDE-liberali. Lo chiamano anche Babisconi o il Trump di Praga.

Nelle legislative del 2013, ANO aveva il 18.7% e 47 deputati su 200.

Il 21 ottobre 2017 alle ultime legislative è balzato al 29.6%, 1.5 milioni voti, 78 seggi su 200 (il secondo partito è il Partito Democratico Civico con 25 seggi, 11%).

Da non dimenticare il “combinato disposto” con il Presidente Milos Zeman, fortemente antieuropeo, vicino ad Orban e Kaczynski, esponente del Partito dei Diritti Civili da inserire anch’esso tra le forze controverse.

Nelle elezioni presidenziali del 27 gennaio 2018, Zeman ha vinto un secondo mandato con il 51.3%, 2.8 milioni voti (contro l’indipendente ed europeista Jiri Dragos). Da sottolineare che la campagna elettorale era concentrata tutta su  “Europa si, Europa no”, e che il risultato parla di un Paese che preferisce affidarsi ad un presidente eurofobo e xenofobo, “per capire l’aria che tira”. In generale. Zeman è nei fatti “il preferito di Putin”.

Altro fenomeno “inquietante” in Repubblica ceca è il partito “Libertà e Democrazia Diretta” (Spd) che in parlamento conta 22 deputati su 200 (10.5%, 538 mila voti), guidato da Tomio Okamura, con accenti molto anti-islam e favorevole all’espulsione degli immigrati. Recenti sondaggi, febbraio 2018, lo danno attorno al 15%.

La novità realizzatasi a luglio è che, dopo una crisi politica legata anche agli scandali che lo avevano coinvolto, Babis ha riottenuto la fiducia grazie ad un accordo con l’antico Partito socialdemocratico, uscito a pezzi dalla guida del governo nella precedente legislatura, e il via libera concesso dai comunisti che, fatto “storico”, tornano nella sfera governativa per la prima volta dopo l’89. Una miscela che la dice lunga su quale sia il “pragmatismo” di Visegrad.

 

Slovacchia (Visegrad)

Qui il “problema” è soprattutto il Partito Nazionale Slovacco (Sns) a tendenze fortemente nazionaliste, del genere estrema destra in Italia. Nel Pe fanno parte del gruppo di Nigel Farage – Grillo – Efdd (puntano molto su “identità cristiana”, “anti-islam”, quindi un “nazionalismo antidemocratico” dal nostro punto di vista).

Nelle ultime elezioni del 5 marzo 2016 hanno avuto 225 mila voti pari all’ 8.6% e a 15 seggi. Da sottolineare che stanno al governo in coalizione con il partito socialdemocratico (28.3%, 49 seggi, crollati rispetto alle ultime consultazioni). Del governo fanno parte anche due partitini minori (Most-Hid della minoranza ungherese, 6.5%) e “La Rete” (5.5%).

Come si sa il Paese è stato recentemente “scosso” dall’assassinio del giornalista Kuciak che indagava sulla ndrangheta in Slovacchia ed i suoi rapporti con il governo. II Primo Ministro Fico che governava da 12 anni si è dimesso ed è stato sostituito con Peter Pellegrini, ma la coalizione di governo non è cambiata.

C’è poi un altro partito di estrema destra dalle nostalgie fascistoidi e clericali, di tipo nazional-popolare, che si chiama “Partito Popolare Slovacchia Nostra”,  che in parlamento ha l’8% pari a 14 deputati. Un Partito “iper-tradizionalista” anti-islam e anti-immigrati. Nei sondaggi, entrambi i partiti SNS e Slovacchia Nostra sarebbero in crescita arrivando in doppia cifra, mentre i socialdemocratici perderebbero 7 punti.

 

Ungheria (Visegrad)

Con la Polonia è il paese-guida del blocco di Visegrad. Le mosse di Orban sono abbastanza conosciute. La cosa che va sottolineata sempre è che non fa parte della destra estrema ma del Ppe e che la sua vera partita è trasformarlo a sua immagine o comunque in modo da contare sempre di più.   Mi limito dunque a dare i dati elettorali più recenti.

Ultime elezioni legislative di Aprile 2018: FIDESZ (Orban), 49.5%, oltre 130 seggi su 199; JOBBIK (estrema destra molto dura, nel Pe sono nei Non Iscritti perché “troppo” anche per Le Pen ) 20%; Partito Socialista, 12%.

Il FIDESZ fa parte del Ppe che nelle ultime elezioni ha sostenuto Orban in modo molto forte, il Presidente Ppe Weber ha fatto dichiarazioni “entusiaste” su Orban durante la campagna elettorale.

Orban ha ottenuto dunque un terzo mandato consecutivo, dopo quelli del 2010 e 2014 (aveva preso il 44% nel 2014). In realtà è poi il quarto mandato, uno di questi non è stato “consecutivo”

 

Polonia (Visegrad)

Il Paese è in totale “deriva autocratica”, anche qui abbastanza nota. Siamo, come in Ungheria, nell’ambito della teorizzazione della “democrazia illiberale”. Perciò mi limito a dare i dati elettorali relativi al PIS Diritto e Giustizia, il partito di Jaroslaw Kaczynski. Ultime legislative il 25 ottobre 2015: Pis : 37.6%, 5.7 milioni di voti, 235 seggi su 400 (maggioranza assoluta a causa effetto legge elettorale).

Come si sa l’insieme della sinistra polacca non ha rappresentanza parlamentare, avendo fatto il 7.5% tutti insieme, pari a zero seggi.

Elezioni presidenziali del 24 maggio 2015: il candidato del Pis Andrzej Duda ha vinto con il 51.5% (contro un indipendente pro europeo d Piattaforma Civica).

E’ interessante ricordare che dopo le legislative, la prima ministra era Beata Szydlo, estremamente anti-europea e “aggressiva”. Nel dicembre 2017 è stata sostituita con Mateusz Morawiecki, più “moderato” e con un discorso più prudente sulla Ue : il motivo “nascosto” è che la Polonia ha bisogno comunque di recuperare un minimo di rapporti con Bruxelles anche per evitare l’imposizione di “sanzioni politiche Ue” rispetto allo stato in cui si trovano le libertà democratiche in quel Paese.

 

Austria

Governo di coalizione tra Partito Popolare – lista KURZ (OVP) che appartiene al Ppe e estrema destra Partito della Libertà (Fpo) che fa parte del gruppo Europa delle Nazioni e delle Libertà (Marine Le Pen)

Presidenziali del 4 dicembre 2016, risultati del secondo turno: Alexander Van Bellen (indipendente, verde) : 53.8%, 2.4 milioni di voti; Heinz-Christian Strache (Fpo) : 46.2%, 2.1 milioni di voti.

Ultime legislative del 15 ottobre 2017: Fpo, 26%, 1.3 milioni voti, 51 seggi su 183. Socialisti 52 seggi; Ovp-Kurz, 31.5%, 1.5 milioni voti, 62 seggi.

L’Fpo ha spostato a destra tutto l’asse politico austriaco; da sottolineare la virata verso destra del partito popolare che sin qui aveva abbastanza “resistito”.

Governo a forte retorica anti-immigrati, sempre più vicino ai Visegrad e alle posizioni di Orban.  Bruxelles considera l’Austria sempre più vicina “ai paesi Visegrad”.

 

Bulgaria

Come in Austria, è un altro caso di coalizione di governo Ppe-destra estrema, ovvero tra partito Gerb (Ppe) e “Patrioti Uniti”. Quest’ultima è una coalizione di tre partiti Vmro, Nfsb e soprattutto la nostalgica  di destra estrema Ataka; insieme hanno fatto il 9.3% alle elezioni del 26 marzo 2017 con 27 seggi su 240, a cui aggiungere i 95 del Gerb (insieme 122 su 240).

Anche nella scorsa legislatura il Gerb governava con l’appoggio esterno dei “patrioti uniti” perché il Ppe si era “rifiutato” di “benedire” quel governo. Importante notare che ora invece il sostegno è totale e “i patrioti” fanno parte del governo. Quest’ultima cosa è stata resa possibile da una mutazione squisitamente tattica dei “patrioti” su temi europei e di alleanze internazionali, rendendoli più “accettabili”. Direi che è un po’ l’idea della “de-diabolizzazione” di Marine Le Pen, “cambiare la forma ma non la sostanza”.

Ataka nel Pe fa parte dei Non-Iscritti, “neanche  Le Pen li vuole”, troppo “duri”, peraltro sono sempre stati dei negazionisti.

Anche il partito “Volya” in Bulgaria fa parte della galassia antieuropeismo – nazionalismo estremo – antiislam – ecc. con i suoi 12 deputati e il 4%. Alcuni sondaggi del febbraio 2018 danno la “galassia” patrioti + volya + altri al 16% insieme.

 

 

Romania

La Romania non conosce fenomeni “populisti antieuropei o di estrema destra”, che non siano marginali. Si tratta dei partiti “Romania Unita” e “Grande Romania” che, insieme, nel febbraio 2018, fanno il 3% e non hanno parlamentari. Da notare che “Grande Romania” aveva chiesto l’adesione al Ppe ma è stata rifiutata.

 

 

Danimarca

Il Dt – Partito del Popolo Danese è un partito di destra populista, anti-immgrazione e decisamente anti-europeo. Nelle elezioni del 18 giugno 2015 ha ottenuto il 21%, 750 mila voti, 37 seggi su 175, in forte crescita. Sondaggi recenti lo danno attorno al 25%. Al Pe fanno parte del gruppo Ecr (conservatori inglesi + polacchi).

In Danimarca governa Løkke Rasmussen di area liberale a seguito delle elezioni parlamentari vinte dal blocco dei partiti di centro-destra. Si tratta di un Esecutivo monocolore di minoranza composto da ministri provenienti solo dal Partito Liberale (“Venstre”, 34 seggi, 19.5%), con il sostegno parlamentare di Partito del Popolo Danese, Alleanza Liberale (7.5%, 13 seggi) e Partito Popolare Conservatore (6 seggi, 3.5%).

 

Finlandia

Qui c’è il partito “Veri Finlandesi” di destra anti-islamico, apertamente per l’uscita dall’euro e dall’Ue. Nelle ultime elezioni del 19 aprile 2015 hanno preso il 17.7%, 524 mila voti, 38 seggi su 200 (stabili rispetto alle precedenti). Si chiamano “veri finlandesi” per contrapporsi ai “falsi finlandesi” che sarebbero “tutti gli stranieri”. Sondaggi recenti li danno attorno al 20%. Al Pe fanno parte del gruppo Ecr.

Questo partito è al governo in Finlandia, con quattro ministeri importanti tra cui Esteri, Difesa, giustizia. Guidato da Juha Sipilä (Partito di Centro), la coalizione è formata dalle tre maggiori forze politiche del Paese, il Partito di Centro, i Veri Finlandesi e il Partito di Coalizione.

 

Estonia

In Estonia non esistono fenomeni “interessanti”, tutto ancora molto “marginale”.

 

Lettonia

In Lettonia invece va monitorato “Alleanza Nazionale” (An) che è una coalizione di due partiti fortemente nazionalisti e anti-Ue (Per la Patria e la Libertà/Lnnk e Tutto per la Lettonia: i nomi sono un programma) anche se in modo “più moderato”. Nelle ultime elezioni del 2014 ha raccolto il 16.7% con 14 deputati su 100. Si dovrebbe rivotare a fine 2018 e i sondaggi a febbraio li danno attorno al 20%. Hanno un deputato europeo che fa parte del gruppo Ecr. Anche in questo caso An fa parte integrante del governo lettone, in coalizione con il “partito dei verdi e contadini Zzs” e il partito di centrodestra Vienotiba il cui esponente principale è il Vp-Commissione Dombrovskis.

 

Lituania

In Lituania c’è il partito “Ordine e Giustizia” profondamente euroscettico e nazionalista che nelle elezioni del 23 ottobre 2016 ha fatto il 5.5% con 8 deputati su 141. Hanno un Mep che fa parte del gruppo Ecr. Alcuni sondaggi agli inizi del 2018 li danno al 7%. Sono all’opposizione (esiste un governo socialisti – partito contadini e verdi).

 

Slovenia

In Slovenia è in attesa di  ottenere la fiducia il nuovo governo frutto di un’alleanza tra forze di centrosinistra sostenute dall’esterno da Levica (la Sinistra, partito che fa riferimento a Gue e Sinistra Europea). Una conclusione a sorpresa dopo le elezioni parlamentari che si erano tenute il 3 giugno 2018.

L’ex premier conservatore Janez Jansa e il suo Partito democratico sloveno (Sds), che sono su posizioni anti-migranti ed alleati del leader nazionalista ungherese Viktor Orban, le avevano vinte.

Al partito democratico sloveno (Sds) di Jansa era andato il 25% dei voti e 25 deputati sul totale di 90. Al secondo posto la Lista di Marjan Sarec, l’ex attore e comico che si presentava per la prima volta a una consultazione elettorale, con il 12,6% e 13 deputati. Seguivano i socialdemocratici (Sd) con il 9,9% e 10 deputati, e il Partito del centro moderno (Smc) del premier uscente Miro Cerar con il 9,7% e 10 deputati. Importante l’affermazione di Levica che raddoppiava quasi i voti attestandosi intorno al 9 per cento.

 “Mi auguro che il voto di oggi sia il primo passo per mettere gli sloveni al primo posto, per dare priorità alla sicurezza e al benessere della Slovenia e degli sloveni”, avevo detto Jansa dopo aver votato. Molto bassa l’affluenza alle urne, al di sotto del 40%, rispetto al 51,7% delle precedenti politiche del 2014. Ma le destre vittoriose hanno fallito il tentativo di fare un governo. Decisivo sta risultando proprio il ruolo di Levica.

 

Croazia

Anche in questo caso “fenomeni non particolarmente significativi”, Da tenere sott’occhio l’Hsp – Partito Croato dei Diritti duramente nazionalista e anti-Eu / estrema destra, fermi però a 1-2% senza rappresentanza parlamentare. Alle europee si sono presentati in coalizione con altri partiti “estremisti” facendo il 6.8% ma non hanno membri al Parlamento europeo (Mep).

 

Olanda

Una situazione data da elezioni che si tennero mentre in Italia Renzi insisteva sulla semplificazione del sistema politico. In Olanda accadde che solo il sistema elettorale proporzionale e l’ulteriore articolazione dell’offerta politica ha consentito di isolare e allontanare dal governo una destra estrema in forte crescita mentre tutti i partiti di governo venivano penalizzati. Soprattutto i laburisti. Cresciuti invece quelli progressisti alternativi compreso il boom di una formazione verde nata dal superamento del vecchio partito comunista. Stabilmente bene sopra le due cifre il partito del Pomodoro membro del Gue.

Riassumendo il 15 marzo 2017 si sono svolte le ultime elezioni politiche per il rinnovo della Seconda Camera (Deputati) degli Stati Generali (Parlamento). La Prima Camera, che invece è eletta a suffragio indiretto dai Consigli delle 12 Province, è stata invece rinnovata nel maggio 2015, a seguito delle elezioni provinciali nel marzo dello stesso anno.

Col voto il numero di partiti rappresentati nella Seconda Camera è salito da 11 a 13, un record storico, mentre il maggior partito, il Vvd del Premier uscente Rutte, ha raccolto 33 seggi, pari ad appena il 22% di quelli complessivi, contro i 39 raccolti nel 2012. I cristiano-democratici del Cda hanno ottenuto 19 seggi, così come i liberal-progressisti del D66. Invece, i laburisti del PvdA, che erano al Governo con il Vvd nella precedente legislatura, sono crollati da 38 a 9 seggi. Pertanto, il numero di partiti necessari alla formazione del nuovo Governo è salito da due a quattro.

Il tracollo del PvdA nelle elezioni di marzo e la riconferma del Vvd come primo partito, nonostante il calo di consensi, hanno riconfermato il mandato di Mark Rutte a formare il terzo governo che si è insediato Il 26 ottobre 2017 (Rutte III°), formato da una coalizione di quattro partiti: i Liberal Conservatori (Vvd), i Cristiano Democratici (Cda), i Liberal Progressisti (D66) e l’Unione Cristiana (Cu). La formazione del governo ha richiesto oltre sette mesi, nei quali il precedente esecutivo Rutte II° ha continuato a guidare il Paese con la coalizione a due formata nel 2012 dal partito liberal-conservatore VVD e dal partito laburista PvdA.

Ciò detto è bene avere chiara la crescita verificatasi della destra e l’evoluzione elettorale del Pvv – Partito della Libertà di Geert Wilders.

 

Belgio

Qui la cosa è un poco più complicata dalla natura “catalana” della situazione, e come si sa “l’asse politico” belga è soprattutto determinato da questioni “linguistico-comunitarie”. Rispetto a quest’ultimo fenomeno, il partito di riferimento è la Nva fiamminga (“nuova alleanza fiamminga”) che al Pe fa parte dell’Ecr e che domina il governo federale in alleanza con i liberali francofoni, decisamente liberista – conservatore – antiimmigrati – antiislam, in modo molto “duro e rivendicato”. Questa la evoluzione elettorale Nva in Belgio:. Nel Parlamento federale passano  tra il 2003 e il 2014 da 1 seggio su 150 a 33 nel voto generale e da 1 su 88 a 33 su 87 nel voto dei gruppi linguistici. Al Senato vanno da 0 su 71, a 12 su 60 nel generale e da 0 su 41, a 12 su 35 nel linguistico. Ora sono al governo. Nel Parlamento di Bruxelles vanno da 0 su 89 a 3 nel voto generale e da 0 a 3 su 17 nel linguistico. Nel Parlamento fiammingo  vanno da 6 a 43 su 124. In quello europeo da 1 su 24, a 4 su 21 nel voto generale e da 1 su 14, a 4 su 12 nel linguistico.

In Belgio poi esiste anche un fenomeno più classicamente “estrema destra” rappresentato dal Vlaams Belang (Vb) che negli anni è stato “sgonfiato in voti” dalla Nva fiamminga (quest’ultima intrattiene molta ambiguità con ambienti anche di estrema destra). Il Vb è più un partito razzista in senso classico. La sua evoluzione elettorale “sgonfiata” dalla Nva.  Per cui dopo alcuni picchi è tornato poco sopra i livelli minimi degli inizi. Il loro attuale Mep presiede il gruppo di Marine Le Pen – Salvini (Le Pen ovviamente non è più Mep, avendo optato per il parlamento francese).

 

Stiamo arrivando al centro dell’Europa. Situazioni più conosciute perché più spesso all’attenzione dei media. E che dunque vado a trattare in modi meno dettagliati. Sono comunque diverse tra loro. E provo ad avanzare anche l’ipotesi che la condizione parzialmente diversa di Paesi come Spagna, Portogallo e Grecia sia legata all’essere paradossalmente più “giovani” dei Paesi di cui abbiamo finora parlato, oppressi più a lungo da dittature fasciste e liberatesi negli anni ’70. Sta di fatto che sono tre Paesi con le destre estreme e gli xenofobi meno forti e le sinistre alternative più capaci anche di incidere politicamente. Naturalmente questa è solo una possibile chiave di lettura, ma mi pare che abbia i suoi fondamenti.

 

Grecia

Sta di fatto che in Grecia il sistema politico è  stato ribaltato ma a favore di Syriza, cioè della sinistra radicale, mentre la destra di Alba Dorata rimane circoscritta e confinata. Stando alle previsioni elettorali, questo confinamento rimane tale anche dopo gli anni molto difficili del governo di Tsipras e dei grandi arrivi di migranti. Non è questa la sede per approfondire l’operato del giovane leader greco. Si può però dire che combatte la sua battaglia politica. Di certo non ha fatto proprio il punto di vista che gli si è voluto imporre come invece è stato per i socialisti. Ha provato a mantenere una autonomia di pensiero e ad agirla nella condizione data.

 I sondaggi dicono che al momento di uscire dal Memorandum (anche se rimane un controllo del fondo salva Stati) Syriza è dietro a Nuova Democrazia, ma con un distacco che sta intorno ai 10 punti mentre in passato aveva superato anche i 15. I socialisti con i nuovi alleati di Potomos e Dimar non arrivano al 10. Alba Dorata cresce di un punto stando al 9 come il Kke. Ma la sfida elettorale potrebbe essere in realtà tutta ancora aperta per Tsipras.

 

Spagna

In Spagna abbiamo un’altra conferma che i vecchi sistemi politici non hanno retto l’impatto con l’Europa reale. Qui la crisi politica si lega a quella catalana e a quella istituzionale data  dalla corruzione e da una transizione post franchista in cui il post è ancora assai ipotetico, mentre incombe la crisi democratica globale. Sta di fatto che il Partito popolare, e Rajoi, hanno resistito fino a che hanno potuto. Sono riusciti ad impedire che a Podemos riuscisse la stessa operazione di Syriza e prendesse il governo. Aiutati in questo dalla complicità e dalla ignavia socialiste. Poi hanno ceduto non riuscendo per altro a lasciare il testimone a Ciudadanos, nuova creatura degli extablishment per mantenere il potere. Il governo Sanchez, nato grazie alla lunga battaglia di Unidos Podemos per arrivare a sfiduciare Rajoi, appare particolarmente appesantito dalle contraddizioni socialiste. Ma Unidos Podemos riesce a tenere la barra sulla capacità di incidere sulla agenda. La battaglia per far uscire Franco dal Mausoleo della Patria o quella per la Repubblica o per una soluzione condivisa della crisi catalana si accompagnano a quelle sociali e per la sovranità popolare. I sondaggi danno Ciudadanos primo partito sotto al 30% e gli altri tre soggetti, socialisti, popolari e Unidos Podemos vicini tra loro al 20. Le destre estreme appaiono fuori dei giochi politici anche se soffiano sulla vicenda catalana e sui retaggi franchisti. Fondamentale è la tenuta del rapporto tra Podemos e Izquierda Unida, tra Iglesias e Garcon, confermata per le Europee e per le importantissime elezioni municipali, pur nelle diversificazioni internazionali che sta vivendo la sinistra alternativa.

 

Portogallo

Chiude questo sguardo sul “diverso Sud” il Portogallo. Situazione particolare perché è un Paese piccolo, “giovane” per democrazia, che viene da 5 durissimi Memorandum ma anche da una “presenza particolare” come quella di Manuel Barroso. Anche qui i socialisti sono stati partecipi del periodo oscuro. Poi ne sono, in parte, usciti. Aiutati per altro da due sinistre alternative assai diverse tra loro ma poi entrambe “attente” all’ interesse “nazionale popolare”. I sondaggi fin qui premiano i socialisti, mentre confermano la tenuta dei comunisti che, a differenza del Kke greco, stanno dentro il Gue. Danno qualche preoccupazione al Bloco de Esquerda che storicamente soffre di più la complessità di una collocazione di appoggio al governo.

 

Francia

Non si può che chiudere il viaggio con le due “sorelle coltelli”, Francia e Germania. Francia oggi dovrebbe volere dire Macron. Dovrebbe essere lui l’alfiere, l’eletto nella guerra ai barbari. La sua ascesa è stata travolgente e fulminea, passando sulle spoglie di colossi storici come gollisti e socialisti. Crisi e soluzione della crisi del sistema politico. Tutto in un lampo. Ma come accade ai lampi la durata di questa luce è stata assai breve. Oggi Macron è crollato nel consenso interno a livelli assai vicini a quelli di Sarkozy e Hollande. Paga un conflitto sociale che si è mostrato aspro verso le sue ricette in realtà assai vecchie. Un conflitto che ci ricorda ancora una volta che la Francia forse è il Paese dove il “popolo” mostra sempre una sua autonomia dal sovrano. E nello scenario internazionale il suo continuismo con le pretese neocoloniali di Sarkozy e Hollande lo lascia in realtà impantanato in una presunzione di grandeur decaduta. Non c’è dubbio che la Francia abbia impresso il suo segno nella Europa reale. Jacques Delors ad esempio ha traghettato parti salienti dell’impianto della globalizzazione finanziaria. Complessivamente il funzionalismo ha marcato fortemente l’imprinting della Ue. E, paradossalmente, il nazionalismo gollista potrà venire buono per l’Europa Superstato.

 

Germania

E siamo arrivati al re (o sarebbe meglio dire alla regina visto il ruolo della “Mutti” Merkel). Finora nessuno ha dato scacco al re e alla regina che hanno tenuto saldamente in mano la scacchiera dell’Europa reale. La storia tedesca di questo mezzo secolo meriterebbe ben più di pochi appunti che servono per dire che anche il motore immobile tedesco è scosso da un possibile terremoto. L’Afd, partito di estrema destra, già oltre le due cifre e terzo nella graduatoria elettorale nei sondaggi veleggia ormai spesso sopra una Spd sempre più in caduta libera avvicinandosi al 20%. Questo ottobre si voterà il 14 in Baviera e il 28 in Assia. In Baviera 12 milioni di tedeschi diranno a che punto è il rapporto tra Cdu e Csu (partito bavarese) dopo gli scossoni nel governo federale e se la stessa Csu non verrà travolta dalla Afd. Poi toccherà ai 6 milioni dell’Assia, cuore finanziario che ospita la banca centrale tedesca.  Se salta il re finisce la partita. Questo a scacchi. Ma la Storia è un’altra cosa e la Germania è  l’architrave di una parte di quella globalizzazione nazionalista di cui ho parlato. Di certo, da Brandt a Merkel, passando per Khol e Schroeder ciò che è stato, o non è stato, meriterebbe una lettura storica. L’Europa e il Mondo che Brandt descriveva nel suo rapporto Nord Sud scritto negli anni ’70 sarebbero stati ben diversi con le ricette li proposte da quelli che la globalizzazione e l’89 hanno affidato alle mani di tre leader, Khol, Schroeder e Merkel, fortissimi nel gestire l’egemonismo tedesco ma con una visione che lo storico forse giudicherà severamente.

 

Cosa succedera?

Al termine di questa parziale ricognizione, provo a pormi due domande. La prima è: cosa succederà?. La seconda, il classico “che fare?”. Io penso che assisteremo in questi mesi a una accelerazione e a una recrudescenza della stabile instabilità. “Ueristi”, così chiamo i creatori e difensori dell’Europa reale perché vorrei ancora tutelare il termine europeista, e “populisti”, tra virgolette perché il populismo è molte cose e diverse, si faranno la faccia cattiva e non lesineranno colpi. La Ue, e l’euro, crolleranno per questi colpi? Non è questa la mia previsione. Naturalmente la stabile instabilità può finire fuori controllo ma l’idea che mi sono fatto è quella già accennata all’inizio di questo articolo e cioè di un passaggio dall’Europa reale all’Europa Superstato, condotto da un convergere a destra delle destre nuove e vecchie compresi i popolari. E che non esclude definitivamente gli Ueristi, anzi. Diciamo che le nuove destre non vogliono distruggere la Ue ma prendersela. Vogliono dare un’anima nera a questa Ue senza anima. E tutto ciò si giocherà molto più sulla pelle dei migranti che su quella dell’euro. I migranti sono quelli contro cui si vuole costruire la nuova Europa Superstato e rafforzare il dominio capitalista sul mercato del lavoro globale e sulle persone. Questo mi pare inscritto nella globalizzazione nazionalistica che viviamo e che vive di conflitti ma anche di soggetti che li agiscono. Non mi convince perciò l’idea di chi pensa che, come gli “Highlander”, alla fine “ne rimarrà uno solo”. E cioè che lo spostamento dell’asse globale verso il confronto con l’Asia possa portare l’Occidente a far implodere il soggetto Europa. Non mi convince perché la stabile instabilità prevede la stabilità della globalizzazione che ha occupato tutto l’orizzonte spazio temporale esistente. Cioè il soggetto è già diventato uno solo. E di questo uno solo l’Europa reale e poi forse superstato è parte costituente. D’altronde i populisti sbarcati al governo dell’Italia non stanno poi trovando tutta questa rivolta dei mercati.

 

 

Che fare?

Il “che fare?” porta a parlare almeno brevemente di quel soggetto sinistra che non è stato al centro di questo articolo. La prima cosa è ” cosa non fare”. Se si accedesse all’idea che c’è da salvare gli Ueristi contro i populisti sarebbe un disastro. Ancora di più se si pensasse di affidarsi al “generale spread”. Unioni che andassero da Macron a Tsipras sarebbero una tragedia anche un poco farsesca e masochistica. Proprio la Grecia ci dice di come già l’Europa reale, come il capitalismo finanziarizzato, nasca rompendo con la democrazia e praticando le guerre economiche (e militari). I fronti sacri a difesa della democrazia e le analogie con il 1929 non reggono perché purtroppo la democrazia è già lacerata e la guerra è permanente. Farsi trascinare nella rovina del nuovo “socialismo reale”, quello socialdemocratico che ha partecipato da protagonista all’edificazione dell’Europa reale sarebbe un suicidio, per sé e per l’Europa. Quel socialismo dopo l’89 ha mantenuto il governismo e buttato la trasformazione.

Serve un’altra strada. Io la chiamo quella della liberazione dell’Europa e della “restituzione del potere al popolo” cioè della ricostruzione della democrazia. Ma cosa è “popolo”? Domanda chiave. Le nuove divisioni nella sinistra alternativa che ha avuto il merito di resistere alla rovina del trentennio e di ricostruire anche alcune posizioni avvengono proprio su questo. Le declinazioni del  “sovranismo” sono assai diverse da Podemos a Melenchon, al nuovo “In piedi” tedesco. Vanno dal popolare al nazionale. Il primo può essere fecondo il secondo dannoso. Contrastare la globalizzazione nazionalistica col nazionalismo democratico significa consegnare all’avversario non solo la sua squadra ma anche la propria. Allontanarsi tragicamente da Marx. Non avere proposta né  sul lavoro né sull’umano. Non essere interlocutori delle dinamiche concrete dei soggetti nella globalizzazione, a partire dai migranti. Senza soggetti non c’è soggetto politico. Ecco perché invece sovranità popolare o “prima gli sfruttati” contribuiscono alla liberazione. Il tema è che la lotta alla globalizzazione liberista chiede che si rovesci la gerarchia che ha portato le sinistre al fallimento storico cioè quella che vede prima il governo e poi il movimento. La lotta di classe rovesciata si è affermata anche grazie a ciò, perché il capitalismo non ha mai cessato di lottare. Dunque è giunta l’ora per la sinistra di ripartire dal movimento e dai soggetti tutti e senza frontiere. Il socialismo è finito. Forse torna addirittura l’ora di dirsi comunisti. Ma intanto sarebbe veramente imperdonabile se la sinistra alternativa non trovasse per le Europee una forma politica di convergenza anche nelle differenze profonde.

Naturalmente questo non basta. Il rischio di trovarsi tra una egemonia delle destre e la relazione con i socialisti, per altro in crisi, c’è.  Finora solo Syriza è riuscita a divenire il centro del sistema politico, con l’odissea che da allora vive. Podemos si è più avvicinata, non riuscendo. Melenchon ha provato sul serio a divenire Presidente non riuscendo neanche lui. Il “che fare?” attende come sempre la risposta del fare.

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