Dati Istat. Lo chiamano lavoro, ma è precariato senza diritti

In Italia è considerato occupato chi ha lavorato almeno un’ora nella settimana di riferimento alle rilevazioni dell’Istat sull’occupazione in cambio di «un corrispettivo monetario o in natura». Questa premessa, contenuta nel glossario che accompagna il report di aprile 2018 pubblicato ieri dall’Istituto nazionale di Statistica (pagina 8), è necessaria per non cadere in inganno. Se infatti si misura il totale degli occupati, 23milioni e 200mila, si può apprezzare il record dal 1977 a oggi. È quello che ha fatto Renzi, ieri particolarmente ciarliero su Facebook. La somma va tuttavia spacchettata e compresa nel dettaglio e non a partire dalla massa. L’occupazione non è un blocco, ma una dialettica complessa tra stock e flussi che cambiano costantemente.

LA COSTANTE È la crescita dell’occupazione precaria, a termine, intermittente così suddivisa ad aprile: dipendenti parasubordinati +41 mila unità; «indipendenti», una categoria eterogenea di partite Iva, imprenditori, prestatori d’opera (+60 mila). Ciò che, di certo, crolla è il lavoro «fisso»: 37 mila unità. Quello che il Jobs Act avrebbe voluto invece aumentare con il «contratto a tutele crescenti» dove a crescere è solo la libertà dui licenziare senza articolo 18. L’aumento del precariato è dovuto a un altro provvedimento del governo Renzi: la cancellazione della «causale» dal contratto a termine. Un atto che ha permesso di sfondare tutti i record dal 1992 a oggi. A questo bisogna aggiungere il boom del lavoro a chiamata (+77,9% tra il 2016 e il 2017) e di quello somministrato (+22,5%). L’aumento maggiore ha interessato sul mese le donne (+52 mila) e le persone di 35 anni o più (+77 mila). Ma è sull’anno che si può capire la natura della trasformazione che ha investito il mercato del lavoro negli ultimi anni. L’occupazione (precaria) si è concentrata nei più giovani (15-24enni) e soprattutto negli over 50, per effetto sia dell’aumentata età pensionabile (la riforma Fornero, altro che Jobs Act) sia dei fattori demografici. La crescita si è concentrata esclusivamente tra i dipendenti a termine (+12,4%), mentre i permanenti sono calati dello 0,7%, gli indipendenti sono rimasti stabili. A questo serve dunque la premessa a questo articolo: il lavoro è talmente frantumato, segmentato, contingentato che bisogna calcolare anche un’ora di attività. La somma dei 23 milioni di occupati deriva da tutte queste tendenze strutturali intrecciate.

LA NOTIZIA È che ad aprile la disoccupazione giovanile è tornata a crescere dopo un periodo di ribasso: ora è al 33,1%, in controtendenza rispetto ai Paesi della zona euro dove cala dal 17,3% di marzo a 17,2%, e nella Ue a 28 (dal 15,4% al 15,3%). Il tasso di disoccupazione si attesta all’11,2%, stabile rispetto al mese precedente, mentre quello giovanile sale al 33,1% (+0,6 punti percentuali). Ad aprile la stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni continua a diminuire sensibilmente (-0,6%, -74 mila). Il calo riguarda donne e uomini ed è diffuso su tutte le classi di età. «È necessaria l’adozione di misure di politica economica che rilancino gli investimenti pubblici e privati, e un vero piano di sviluppo fondato sulla piena e buona occupazione» sostiene Tania Scacchetti (Cgil). «Tre milioni di precari, record storico. Questa è la vera emergenza democratica in Italia e nessuno ne parla», fa notare Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana).

I SENATORI del movimento 5 Stelle hanno ricostruito correttamente l’andamento dell’occupazione e le sue cause: «A chi esulta – hanno scritto in una nota alludendo a Renzi e al Pd – ricordiamo che l’Ocse ci ha bacchettato per la qualità dei nostri posti di lavoro che è fortemente peggiorata. Adesso ci auguriamo che un governo del cambiamento generi quella svolta, quel cambio di paradigma che vedrà l’occupazione stabile quale motore di produttività e, dunque, di competitività del sistema». In questa chiave neo-capitalista di sfruttamento del lavoro secondo le regole di un’ipotetico «lavoro stabile» il «contratto» giallo-verde non spiega né se intende abolire la «riforma» Poletti dei contratti a termine, né reintrodurre l’articolo 18 e tantomeno come si cambia la struttura del mercato del lavoro con il consenso dell’elettorato della Lega.

A LUIGI DI MAIO che dovrebbe guidare il ministero del lavoro il compito di dare le risposte non proprio a portata di mano. La soluzione può essere più difficile della composizione del governo Conte.

Fonte: il manifesto

Autore: Roberto Ciccarelli

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