“Il declino strategico della sinistra. Abbagli e cantonate”.

Intervento di Franco Astengo

 “Repubblica” di domenica 17 Settembre ha ospitato un intervento di Piero Ignazi sul tema del “declino strategico della sinistra”.
L’illustre cattedratico analizza la fase post – referendum e definisce l’appeal fino a quel punto accumulato dal PD, considerato all’epoca “dominus” assoluto della politica di governo, come completamente svanito.
Inoltre definisce con precisione la somma di errori compiuta dalla segreteria renziana (indicata come una sorta di “fan club”) e degli oppositori interni sfilatisi, a suo giudizio, “ in cerca di un’araba fenice che non volerà più : il popolo della sinistra”.
Popolo della sinistra che, a suo giudizio, si trova completamente allo sbando, anche se non sta ancora trasmigrando verso altri lidi .
Il rischio allora diventa quello dell’astensionismo.
Seguono considerazioni in linea con la proposizione principale esprimendo una valutazione di possibile prevalenza della destra (il cui elettorato è facilmente sovrapponibile fra le diverse forze che la compongono e che, di conseguenza, si presenterà unita alle elezioni) e di mantenimento della forza fin qui conseguita da parte del M5S che si basa su “arrabbiati e sfiduciati”.
Interessante una precisazione contenuta nell’articolo al riguardo della composizione di quel 60% di elettorato (60% calcolato sui voti validi, dato da tenere a mente) che ha detto “NO” nel referendum: ne viene, infatti forse per la prima volta, considerata una quota come formata da “patrioti della Costituzione”.
Quel 60% (circa 20 milioni di voti) non era quindi completamente composto di livorosi nemici di Renzi e dei suoi sodali, ma da persone provviste non solo di un bagaglio culturale ma anche di un solido impianto ideale: come del resto aveva ben individuato l’ANPI battendosi per il “NO” proprio partendo dalla posizione del “patriottismo costituzionale”.
Ciò affermato il punto da sollevare rimane quello riguardante il fatto che l’assunto che regge l’impianto del ragionamento di Ignazi è, almeno a giudizio di chi scrive questa nota, completamente sbagliato.
L’errore, infatti, consiste nel considerare ancora il PD depositario del voto e dell’interesse di quello che fu “il popolo di sinistra”.
Prescindendo, in questo caso, da un’analisi dettagliata dei contenuti e dal concreto collocarsi delle forze politiche sull’asse di riferimento destra /sinistra che rimane comunque il solo strumento di valutazione del riallineamento del sistema.
Nell’articolo si citano migranti e job act oltre che naturalmente l’attacco alla Costituzione, sottovalutando il peso che ha avuto il tentativo di spostamento nella concezione dell’azione politica con la personalizzazione e il maggioritario; la scuola ( tema dall’impatto fortissimo al riguardo della situazione di cui ci stiamo occupando), l’ambiente e tanti altri punti collegati in particolare all’assenza di capacità di intreccio tra le contraddizioni in un progetto di società che un PD davvero “estremista” ha dimostrato nelle sue concezioni di finte adesioni “realistiche” all’andamento sociale.
Un PD dimostratosi al di sotto della capacità di esprimere un qualche riferimento sub culturale a livello di massa, ma soltanto una smodata e ingiustificata bramosia di potere.
In ogni caso il “popolo di sinistra” se n’era gghiuto (citando Togliatti) da molto tempo e questo dato di analisi è stato omesso dalla stragrande parte di analisti e commentatori soltanto in omaggio dell’affascinante energia emanata dalla “nouvelle vague” renziana ( “uomo della Provvidenza”? Lo stesso fascino che emanava il Duce degli inizi? Comunque tutti coperti e allineati per un bel pezzo. Poi come si sa”calci all’asino”).
Guardiamo ai fatti e soprattutto a un punto dolente.
Assunta la presidenza del consiglio da parte di Renzi attraverso un colpo di mano al limite della Costituzione grazie al ben noto interventismo dell’allora Presidente della Repubblica (già ben esercitato al momento dell’incarico a Monti e poi accantonato nell’eventualità di un incarico a Bersani) il PD si trasformò nel “dominus” della politica di governo come indicato nell’articolo attraverso due passaggi fondamentali:
1) L’appoggio di una parte della destra concretizzatosi nella scissione di Forza Italia;
2) Il voto delle elezioni europee 2014: quelle del famoso 40% . Elezioni salutate come un nuovo 18 aprile.
Eccoci, quindi, all’abbaglio e alle cantonate.
Fu in quell’occasione che il popolo di sinistra, in grande parte, si allontanò dal PD dominus dell’azione di governo. Proprio in contrasto con quell’azione di governo. Quel 40% non fu dovuto alla confluenza all’interno del popolo di sinistra di altre correnti ma da un caleidoscopio di opinioni espressesi in un voto. Del resto quel 40% non era un 40%.
Inutilmente in pochi cercammo di richiamare il fatto che il dato più rilevante uscito dalle urne delle europee 2014 era quello dell’enormità dell’astensione e di come, nella sostanza, il PD avesse ricevuto un minor numero di consensi rispetto alle politiche del 2008, allorquando era stato nettissimamente sconfitto dal PDL.
L’analisi più corretta rispetto a quell’esito doveva indicare la fragilità di un sistema politico fondato su di una base elettorale di poco superiore al 50% con un crollo improvviso di oltre 20 punti rispetto alle elezioni politiche svoltesi nell’anno precedente.
Indicata la fragilità del sistema doveva essere lanciato l’allarme di un rischio per l’intero sistema democratico.
Non era questione di voti al PD (2008 : 12.095.306, 2013 10.353. 275, 2014 11. 203. 231: scostamenti non rilevantissimi come si può ben vedere) ma del ritrarsi di una parte molto consistente dell’elettorato in virtù della crescita di una diffusa valutazione al riguardo di un vero proprio scadimento nella qualità dell’azione politica e di forte insoddisfazione sull’orientamento complessivo dei provvedimenti di governo.
Questi elementi avevano coinvolto, come si è visto bene in seguito, una parte molto consistente di coloro che pur avevano continuato a votare “a sinistra” e che logicamente non poteva riconoscere al PD la stessa collocazione politica.
Si erano, infatti, nell’occasione delle elezioni europee verificati due elementi purtroppo misconosciuti dai più: un mutamento si potrebbe dire di “pelle” nell’individuazione fisica dell’elettorato PD; l’emergere – appunto come già richiamato – di un’inquietante “debolezza sistemica” dovuta all’apparire di elementi di vera e propria crisi del “partito personale” alla cui forma il PD era pervenuto da poco tempo, in evidente ritardo.
Una parte del Paese si era ritratta dalla partecipazione politica e si era formato un residuo di base sociale naturalmente di dimensioni più modeste numericamente e percorsa da pulsioni e tensioni fortemente antistoriche, come verifichiamo oggi nell’emergere di preoccupanti espressioni di spregio e vilipendio alla memoria dell’Italia repubblicana.
Questi fenomeni sono stati sottovalutati e financo ignorati fino al referendum del 4 Dicembre 2016, allorquando la parte emarginata del cosiddetto “popolo di sinistra” è riemersa presentandosi al voto nella forma proprio del “patriottismo costituzionale” fornendo un contributo sostanziale, se non decisivo, alla sconfitta del PD e all’apertura di una vera e propria crisi di sistema (altro che anticorpi delle istituzioni. Siamo di fronte ad una crisi morale di proporzioni vastissime).
Deve essere considerato appieno il fatto che la campagna elettorale e l’esito del referendum hanno rappresentato un punto di vero e proprio spartiacque del sistema spaccando quello che poteva essere un elettorato ancora in parte comune.
Fenomeno avvenuto per responsabilità precipua del PD che ha cercato di ridicolizzare ed emarginare quanti, che pure erano rimasti nella sua area politica, si erano pronunciati per il NO.
Il PD ha lavorato tenacemente per la spaccatura ritenendo il voto referendario un punto di dimostrazione della sua “vocazione maggioritaria” (addirittura c’è stato un tentativo di lettura della sconfitta in questo senso, con l’idea di appropriarsi per intero del voto confluito sul SI) e oggi si vedono le conseguenze di quell’atteggiamento.
E adesso pover’uomo?
Certo non basterà, come invece scrive Ignazi, una lista fortemente personalizzata raccolta attorno all’esangue figura dell’ex-sindaco di Milano.
Ex- sindaco delle cui imprese politiche deve essere considerata comunque la posizione favorevole al SI nel referendum costituzionale.
Anzi una lista raccolta attorno a Pisapia provocherà senz’altro ulteriori danni, nell’ambiguità di considerare ancora il PD un’espressione di una sinistra in un qualche modo, per li rami, erede di una vicenda “ storica”.
Servirebbe un progetto diverso, di effettiva alternativa e di recupero – prima di tutto – dell’identità costituzionale (perché è su questo punto che è avvenuta la rottura più grave) collegata a una progettualità politica alternativa.
Progettualità di cui, però, non s’intravvedono all’orizzonte i possibili proponenti e le adeguate linee di interpretazione della realtà e di declinazione programmatica.

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