La piazza (Vecchia) che diventa location è morta

 

Siccome ricomincia la fiera dell’espropriazione della piazza di Città Alta che colminerà nella solita kermes paesaggistica voluta dal centrodestra e confermata da Gori, ritengo utile pubblicare una riflessione di Salvatore Settis pubblicata  sul Fatto Quotidiano dal significativo titolo “La piazza che diventa location è morta

————————————————————————————————–

Una nuova barbarie insidia le nostre città: l’etica della location.
Imperversa dappertutto, ma colpisce al cuore specialmente la più
originale creazione della città italiana, la piazza. Tanto originale,
anzi, da avere un ruolo chiave nella ricerca, promossa dall’Istituto Max
Planck per la Storia dell’arte e diretta da Alessandro Nova, sul
rapporto tra forma della piazza e vita politica delle città. La piazza
italiana è l’erede più nobile e più consapevole dell’agorà greca e del
foro romano. È luogo di discussione e d’incontro, di commercio e di
scontro politico, di festa e di lutto. Teatro di rituali collettivi
(come il Palio di Siena), si presta alle manifestazioni civiche,
accoglie cerimonie religiose, si trasforma talora in mercato, si
circonda di caffé e altri luoghi di conversazione.A questa densità di significati e di tradizioni pensavano certo i tanti
pianificatori di città nuove (per esempio in Orange County, California)
che usarono la parola italiana “piazza” per designare spazi pubblici
destinati ad accogliere forme di vita civica. Esperimenti che di solito
non hanno molto successo, perché replicare la piazza italiana fuori
d’Italia è davvero difficile senza la trama urbana che la circonda, la
stratificazione storica che l’accompagna, la memoria culturale dei
cittadini che vi abitano.Questa storia secolare vacilla ormai sull’orlo dell’abisso. Da Treviso a
Todi, da Pisa a Palermo, da Cagliari a Lecce capita sempre più spesso di
vedere meravigliose piazze storiche invase, anzi occultate, da
palcoscenici, impalcature, riflettori, sedie per spettatori, barriere,
attrezzature sportive, schiere di gabinetti mobili, contenitori di
rifiuti, bottiglie rotte per terra e altri detriti. Il fenomeno è così
esteso e frequente che è inutile stendere una lista nera, additare al
ludibrio sindaci o soprintendenti o descrivere casi singoli. Chiuse al
pubblico non pagante, deturpate da invadenti strutture “provvisorie”,
che però durano settimane o mesi, le nostre piazze nascondono la loro
bellezza e la loro diversità, diventano tutte uguali, accolgono gli
stessi concerti dalle Alpi alla Sicilia, perdono forza e carattere, si
svendono per trenta denari. Il principio che governa questo degrado, in
una cacofonia di rumori che appesta quartieri interi, è l’etica della
location. Ma una piazza storica che venga intesa solo come location è
già morta. L’idea stessa di location implica che la piazza di per sé non
è nulla, non ha una funzione sua propria, a meno che non la si riempia
di qualcos’altro, non importa se tornei sportivi, concerti rock,
dibattiti culturali o cantanti d’opera. A pagamento, spesso, così la
piazza “rende”; mentre la piazza storica, i nostri antenati non
l’avevano capito, era uno sbaglio, uno spazio vuoto che di per sé non
rende nulla.

Il successo di queste iniziative, tanto più perverse quanto più a lungo
durano, si misura sbigliettando, contando presenze e introiti. Nessuno
fa i conti di quel che si perde: il turista che in quella piazza entra
una volta sola nella vita, e avrebbe il diritto di vederla, ma ne è
privato perché le architetture sono nascoste dall’attrezzeria
dell’evento di turno; il degrado dell’immagine civica che ne consegue;
il progressivo logoramento della stessa idea di città. La piazza fu
infatti per secoli il supremo spazio sociale che crea e consolida
l’identità civica e la memoria culturale, perché lo scambio di
esperienze, di culture e di emozioni vi accade grazie al luogo e non
grazie al prezzo. Sta ora diventando, al contrario, un non-luogo (una
non-piazza), dove solo il prezzo conta, e la bellezza del luogo è solo
uno specchietto per le allodole, si mostra e si nasconde. E questo
mentre crescono intorno a noi, in un processo inarrestabile, i nuovi
italiani che vengono da altre culture, e a cui dovremmo saper
trasmettere valori e comportamenti senza i quali ogni discorso sulla
tutela dei centri storici e dei paesaggi presto diventerà lettera morta.

Alla stessa logica, la piazza storica come un invaso vuoto da riempire e
“modernizzare”, risponde anche l’incongruo aggeggio installato nel bel
mezzo di piazza Sordello a Mantova con la scusa di proteggere resti
archeologici. A profanare la celebre piazza, con prevedibile escalation,
è stavolta un’architettura non effimera, ma ingombrante e pomposa.
Perfino in una delle più preziose città d’Italia le “autorità preposte”
hanno dunque perso il senso di che cosa una piazza sia? Ma i mantovani
mostrano di capire, e si allunga ogni giorno la lista dei firmatari di
una petizione per la pronta demolizione del goffo edificio. L’etica
della location è più difficile da battere perché si nasconde dietro
eventi effimeri, ma in molte città cresce la protesta e il fastidio.
Riusciremo, noi italiani, a ricordarci che una piazza storica deve
vivere, mostrare, difendere la propria dignità

VN:R_U [1.9.22_1171]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)
VN:R_U [1.9.22_1171]
Rating: 0 (from 0 votes)
To report this post you need to login first.