«ACQUE INESPLORATE»

Greece-Euro-Crisis

I cinque motivi di preoccupazione del capo dell’oligarchia eurista
Mario Draghi non è più tanto sicuro della famosa «irreversibilità» dell’euro. Un dogma sul quale a Bruxelles e Francoforte si è sempre giurato (leggi QUI). Certo, la parolina magica continua ad essere ripetuta, ma con quale convinzione lo ha confessato proprio il numero 1 della Bce. Il quale, parlando ieri a Washington, ha detto che se la crisi greca precipitasse ci troveremmo in «Acque inesplorate».

Naturalmente, Draghi ha minacciato Atene – «dovete fare di più se volete salvarvi» – cercando al tempo stesso di rassicurare il resto dell’eurozona ed in particolare i mercati finanziari – «siamo meglio equipaggiati rispetto al 2012 e 2010».

In cosa consista il «miglior equipaggiamento» è presto detto. In primo luogo, non bisogna scordarcelo mai, il cosiddetto «salvataggio» della Grecia è consistito nell’acquisto dei titoli ellenici detenuti dalle banche degli altri paesi dell’eurozona, al primo posto quelle francesi (5 anni fa esposte per 78 miliardi), al secondo quelle tedesche (con un esposizione nel 2010 di 45 miliardi). In questo modo non si è «salvata» la Grecia, come si pretenderebbe. Si sono invece salvate le banche, trasformando ancora una volta un rischio privato in un aumento del debito pubblico. La conseguenza di questa operazione è che oggi, in caso di default della Grecia, a pagare sarebbero gli stati e non più le banche. In secondo luogo, Draghi si riferisce ovviamente al QE (quantitative easing), uno strumento effettivamente in grado di attenuare le tensioni sui tassi dei titoli del debito pubblico, ma solo entro certi limiti.

Tuttavia, anche così «equipaggiato», Draghi è preoccupato di finire in «acque inesplorate». Ora, è vero che la sua faccia terrorizzata di fronte ad una ragazzina armata solo di coriandoli (vedi QUI) non è esattamente l’immagine di un cuor di leone, ma all’origine di questa inquietudine deve pur esserci qualcosa di estremamente concreto.

Ed in effetti di motivi ce ne sono almeno cinque.

Il primo è che il governo greco non si è finora piegato ai diktat degli eurocrati. Ha oscillato, ha fatto qualche concessione, ha giurato fedeltà all’euro, ma non si è piegato. Perlomeno non nella misura richiesta. E la ragion politica rende difficile una vera capitolazione, perché essa sarebbe la fine di Tsipras e di Syriza. Che non verrebbe semplicemente sconfitta, ma annientata e ridicolizzata. Con l’unico risultato di conquistarsi un posto di rilievo nelle pagine buie della storia della Grecia. Può suicidarsi così un gruppo dirigente al governo da neanche tre mesi? Dubitarne è più che lecito.

Il secondo motivo di inquietudine, che discende in buona parte dal primo, è che l’euro sarà ancora «irrevocabile» in quel di Francoforte, ma della sua rottura si discute ormai apertamente sulla stampa internazionale. Del resto, il fatto stesso che si minacci una sorta di cacciata della Grecia dalla moneta unica, non è forse la dimostrazione che dall’euro si può uscire, eccome?

Ma c’è un terzo motivo. Ed esso risiede nel comportamento dei mitici «mercati finanziari». E qui non si scherza, perché per quelli come Draghi non solo i «mercati parlano», ma essi sono di fatto gli unici a godere davvero del diritto di parola. Dunque, bisogna ascoltarli. E cosa ci dicono questi supremi detentori della verità? Ci dicono che gli spread dei paesi investiti dalla crisi del debito (Italia e Spagna in primis) sono cresciuti di botto negli ultimi giorni, passando nel caso italiano da 100 a 146 punti base. Un segno piuttosto chiaro dei limiti di un QE attuato in base ai vincoli voluti dalla Germania. Vincoli che impongono un quantitative easing in proporzione al peso dei rispettivi paesi, per cui per ogni titolo italiano acquistato la Bce deve comprare un titolo e mezzo tedesco.

Un fatto, quest’ultimo, che sta spingendo i tassi dei bund tedeschi in territorio negativo; un mostruoso regalo alla Germania che può così ridurre il suo debito senza muovere foglia. Ma, più in generale, il fenomeno dei titoli con un tasso negativo ci parla di un’altra cosa.

Ed è questo il quarto motivo delle preoccupazioni di Draghi. Perché qualcuno acquista titoli con un tasso sottozero? Dato che generalmente sui mercati finanziari non ci sono benefattori, un motivo ha da esserci. Ed esso è piuttosto semplice da capire. Chi acquista questi titoli scommette sul fatto che la moneta in cui sono denominati sia destinata, entro un ragionevole lasso di tempo, ad una significativa rivalutazione.

Ricordate il caso dei titoli denominati in franchi svizzeri? I loro acquirenti hanno sostenuto per alcuni anni dei tassi negativi, ma poi – al momento dello sganciamento della moneta elvetica dall’euro – si sono ritrovati in un giorno più ricchi del 20%. Costoro hanno vinto la loro scommessa, ma qual è quella di chi acquista i bund?

Evidentemente questi acquirenti (stiamo ovviamente parlando soprattutto di banche, assicurazioni e fondi di investimento) scommettono sul fatto che tra qualche anno la Germania tornerà al marco, con una sua forte rivalutazione rispetto alle altre monete dell’eurozona. Ma quanti sono questi scommettitori, e soprattutto a quanto ammonta il totale di queste scommesse? Stando a quel che si legge sui giornali economici, la sommetta in questione sarebbe sui 2.000 (duemila) miliardi di euro. Duemila miliardi utilizzati per acquistare titoli con tasso negativo. Duemila miliardi puntati contro la moneta unica nella bisca del capitalismo-casinò.

Ecco a cosa si riferiva ieri la seguente frase del capo della Bce: «Puntare contro l’euro non ha senso. Volete farlo? Fatelo. Ma la moneta unica è irreversibile». Messo alle strette dai fatti, messo in difficoltà dalle stesse scelte degli indiscutibili «mercati», Draghi non ha saputo far altro che ritornare al dogma assoluto. Si vede che altri argomenti non ce ne sono.

Ma c’è anche un quinto motivo di inquietudine per gli eurocrati. Essi sentivano di avere messo in gabbia la Grecia, per cui Atene aveva solo da scegliere le modalità di una capitolazione comunque inevitabile. Essi si erano scordati di guardare il mappamondo, una sfera solo in piccola parte occupata dall’Europa. Sembra, invece, che Tsipras lo abbia consultato, e che abbia deciso di guardare ad est.

La notizia sembra certa, ed oggi ne parla la stampa greca come quella internazionale, a partire dal tedesco Spiegel: Atene starebbe per firmare un accordo con la Russia per far passare sul suo territorio il Turkish Stream, il gasdotto concepito dal Cremlino (dopo la fine del progettoSouth Stream) per aggirare l’Ucraina. Secondo le indiscrezioni 5 miliardi di dollari entrerebbero subito nelle casse greche, come anticipo dei pagamenti annuali per i diritti di transito. Un’operazione analoga (10 miliardi il suo importo) sarebbe in vista con la Cina, che anticiperebbe la cifra in vista di progetti futuri nel settore portuale ed in quello ferroviario.

I giornali italiani si consolano col fatto che 15 miliardi di dollari non sono comunque sufficienti alla Grecia. D’accordo, ma 15 miliardi di dollari sono comunque il doppio dei 7,2 miliardi di euro che la troika non vuole sganciare nella trattativa in corso da oltre due mesi. Non solo, 15 miliardi di dollari potrebbero essere la somma giusta per affrontare le turbolenze finanziarie che seguirebbero al default ed all’uscita dall’euro.

Scelte non ancora certe, ma che auspichiamo fortemente. Scelte rese quasi obbligate dall’intransigenza degli euristi. I quali non perdoneranno di certo la mossa geopolitica di Tsipras.

Ora, tutto può accadere, ma la posizione greca si è improvvisamente rafforzata. A questo punto la palla è nel campo eurista, mentre di certo anche Washington vorrà dire la sua. Come ha scritto recentemente Moreno Pasquinelli: «Il momento della verità per Tsipras ed i suoi è imminente». E noi ci auguriamo che sia una scelta di libertà, democrazia e difesa della sovranità nazionale.

di Leonardo Mazzei

 

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